lunedì 20 dicembre 2010

NOVITA' / CORSO VITTORIO EMANUELE
Vino e camino
Piazza dell'oro 6, tel 06-68301332

















Quando fuori piove a dirotto e Roma sembra Bombay, ti infili dentro Vino e Camino, ti scrolli come un cane bagnato, ti siedi tutto umidiccio e ti immergi in una calda zuppa di porri e castagne. O, meglio ancora, ti sorbisci lentamente, con la calma che richiedono i piaceri lenti, il brodino tartufato dei tuoi canederli, buoni come non li hai mai provati. Eccoti da Vino e Camino, l'anello mancante del centro storico tra la trappola per turisti e il locale ultra snob. Qui puoi sederti tranquillamente, in un locale piacevole e senza troppe pretese estetiche, con una sua medietà rassicurante, e goderti il piacere di un pasto di livello. Per di più senza incappare solo ed esclusivamente nel quartetto canonico della romanità (gricia, cacio e pepe, amatriciana e carbonara). Qui si son sbizzarriti in fantasia e l'oste che ti accoglie con una sua grazia lacustre e campagnard, ti offre una varietà di piatti sconosciuta a molte delle trattorie omologate del centro. C'è del pane carasau caldo ad accoglierti, zuppe fresche di ogni tipo, farro a risotto con radicchio trevigiano e grana, involtini di indivia con le capesante, polpettine di manzo, petto d'anatra e se vuoi anche i tonnarelli cacio e pepe (già pluripremiati), ma in un'offerta ben più vasta. Alla fine ti sei fatto una cena di buon livello, con un servizio sicuro e premuroso e hai speso qualche euro in più, non troppi (considerate 40-50 euro a cena, di media), per poterti consentire di andare a casa sereno, magari dopo avere assaggiato i tozzetti con un bel passito.
Vino e Camino nasce nel 1995  a Bracciano, in una grotta scavata nel tufo, per opera di Paola Ricciardelli Baroni e del marito. Ora, da pochi mesi, è nata questa seconda sede, completamento cittadino di un'esperienza già più che apprezzata. L'aria lacustre e un po' provinciale, per fortuna, è rimasta anche nel nobile e metropolitano corso Vittorio Emanuele e Vino e Camino è destinata a diventare una solida realtà.


Bonus
L'atmosfera familiare in un ristorante ampio ma non dispersivo
Malus
Un arredamento di legno non sempre convincente (a parte la bella cucina con forno maiolicato)

I voti
Cucina: 7
Servizio: 7
Ambiente: 6,5

martedì 14 dicembre 2010

MONTI / LA PANETTERIA GOURMET 
Metti una sera Tricolore: i corsi

Di Tricolore hanno già cantato in molti le lodi per gli straordinari panini gourmet, praticamente dei lingotti d'oro quanto a costo, ma decisamente più commestibili. Si fa presto a dire hamburger in questa bizzarra panetteria glamour bianco latte di Monti. La cosa più semplice da dire è il prezzo: 14 euro. Troppi? Sentite com'è fatto: farina di grano tenero biologica Antico Molino Rosso, strutto di cinta senese Agricola biologica Lo Spicchio, zucchero di canna integrale, lievito naturale, sale marino integrale di Mothia, hamburger di sottofiletto La Granda, maionese uova di gallina livornese Paolo Parisi, insalata Azienda. Biologica Agrilatina". Però mangiarlo è più facile che leggerlo: soprattutto quando sarà attivo il food delivery, ovvero la consegna a domicilio (che finora si resta a gelare sulla strada, guardando la finestrella appannata come cani tristi).
Lasciando da parte un attimo il panino, c'è un'altra ottima novità da Tricolore Monti. I corsi di cucina, veramente innovativi rispetto ai loro pur rispettabilissimi concorrenti (come Gambero Rosso e A Tavola con lo chef). La novità qui è l'articolazione dei corsi, la loro flessibilità e l'assoluta originalità. Per dire: c'è il "Pranzo del sabato", un'ora per preparare, con la supervisione dello chef, il piatto del giorno, che poi si consuma sul posto, a euro 25. Non vi basta? C'è "Metti una sera a cena", tre ore per preparare due portate e un dessert a 70/90 euro. "Facciamo merenda", lezioni per bambini di due ore a 36 ore. "Al mercato con lo chef", 108 euro per quattro ore di viaggio tra i banchi del mercato insieme allo chef che ti spiega come e cosa comprare. Il "Venerdì on the rocks", due ore di consigli per barman a 28 euro. 
Se avete qualche soldino (i prezzi non sono modici) ci sono anche corsi più tradizionali. Eccone alcuni: 
16 dicembre "I dolci di Natale" (Gaia Giordano) tre ore a 70 euro; 
17 dicembre ostriche & co; 
19 dicembre "La Cena della vigilia", 4 ore a 180 euro (Giulio Terrinoni) 
21 dicembre, "Dolci post Natale", Gaia Giordano, 70 euro; 
22 dicembre "Pranzo di Natale"Adriano Baldassarre. 
E da gennaio pane e pizza di Gabriele Bonci, già quasi esauriti. 
Tricolore, via Urbana 126, tel 0688976898. Sito

venerdì 10 dicembre 2010

CAFONAL PUNTARELLA IN TRASFERTA A MILANO / DA GIANNINO
Flavio, la Eli, Emilietto e le uova in galera
Attovagliati a cena dallo chef Siccardi: tartufi d'alba, tajarin e zabaglione

Flavio Briatore e la sua porzione di tajarin
Siamo stati a cena con Flavio Briatore. Non chiedeteci perché, non chiedeteci come, non chiedeteci quando - anzi, quando sì, ce lo potete chiedere tanto otterrete come risposta un vaghissimo “l’altra sera” – fatto sta che siamo stati a cena con Flavio Briatore. “Da” Flavio Briatore, nel senso che era lui il padrone di casa, l’altra sera. E dobbiamo dirlo, il caro vecchio Flavio sa come si trattano gli ospiti, sa cosa vuol dire mangiare e bere bene e, insomma, ha un’idea abbastanza nitida del concetto di “qualità della vita”.
La motivazione ufficiale della cena era “non c’è una motivazione ufficiale, mi faceva piacere avere un po’ di amici a cena”. Quelle vere erano due. Fare un po’ di pierre con i giornalisti amici (della Formula 1, in particolare: sarà mica che l’ex boss della Renault, già manager di Webber e Alonso, ha in mente un clamoroso rientro?). E fare un po’ di casino con amici italiani di vecchia data, Emilio Fede (con annessa Raffaella Zardo) e Adriano Galliani su tutti, e uno splendente Massimiliano Allegri in camicia bianca da playboy. Tra le maglie di queste due categorie, un po’ embedded e un po’ imbucati, come uno spicchio d’aglio in un'amatriciana, c’eravamo noi di Puntarella, come al solito belli e pronti a raccontare menu, vezzi e altre deviazioni. E comunque come al solito a nostro agio.
Fulvio Siccardi all'opera
Riassumendo, più che una cena di Natale è stata una sorta di “Big Night” (ricordate il film?), in versione Billionaire, però. Tra un cespuglio di orchidee fresche e un plateau di biglie di cristallo ornamentali, nel ventre molle del mitico Giannino (un ristorante ormai travestito da sede secondaria del Milan) la serata si è sviluppata attorno a tre assi portanti: a) la bellezza di Elisabetta Gregoraci che ha illuminato la scena con la sua eleganza insieme selenica e monumentale, più che una bellezza un assedio; b) il potente aroma dei tartufi di alba (sei in tutto, monumentali pure loro, mezzo chilo ciascuno, abbiamo stimato a occhio) che erano stati fatti arrivare da Flavio in persona, la mattina stessa, dalla fidatissima Tartufingros; c) la classe di uno chef pluripremiato (un paio di ragionevoli stelle Michelin) del calibro di Fulvio Siccardi. In una parola, un genio. Come del resto si è capito subito, già alla presentazione dell’antipasto, un battuto di carne con ovetto di quaglia e un carpaccio con foglia di valeriana, disposti strategicamente l’uno al fianco dell’altro, pronti a ricevere la tempesta di lamelle di tartufo. Un piatto tutto sommato leggero, dall’equilibrio impensabile, che è riuscito a distrarre persino l’entusiasta mister Allegri, felicemente attovagliato tra Elisabetta e una di lei affascinante amica.
Ovetto di quaglia e valeriana
Spazzolato l’antipasto, l’allenatore del Milan avrebbe voluto recuperare la concentrazione e magari tornare alla cura delle sue ospiti, ma quel demonio del Siccardi ha voluto mettere subito le cose in chiaro: e così ha spedito a tavola quello che deve essere la sua arma segreta, tipo il maglio perforante di Jeeg Robot : una diavoleria chiamata “uovo in galera”. Un piatto che qualche tempo fa, lo chef presentò al Four Season di Bangkok, provocando una sorta di sisma sensoriale nei critici internazionali. Detta così, per capirsi, si tratta di una sorta di sacca di silicone (resistente al calore) con dentro una leggerissima crema al parmigiano e un uovo, il tutto cotto per una quarantina di minuti a una temperatura minima. Una volta aperta, la sacca rivela un contenuto olimpico, tiepido, quasi celeste, di una rotondità assoluta pronta ad essere portata ad elevazioni filosofiche dall’aggiunta del solito tartufo fresco.
Le parole di Briatore che proprio in quel momento stava scherzando con “l’Emiliuccio” (“Non sappiamo chi ci sia nelle altre sale di Giannino, ma lui è comunque pronto per un eventuale secondo round”) erano ormai coperte dai mugolii di piacere dei giornalisti, e così il padrone di casa per recuperare il centro dell’attenzione è stato costretto a intercettare i pensieri degli astanti e parlare del piatto successivo: “I tajarin, 40 rossi di uovo a chilo di pasta – esagera il Flavio - Li arrotolano, li tagliano a mano e rimangono sempre al dente”. Impeccabile il servizio nel necessario piatto stretto stretto.
L'uovo in galera
A quel punto, saranno stati i cristalli e le orchidee, sarà stata l’aria ormai satura di tartufo, sarà stato il barbaresco travestito da nebbiolo (Gaja) che ormai aveva riempito ogni angolo della sala, ma la conversazione si è fatta più fluida, disinvolta, con Briatore a parlare di Pompei e di Bersani, con Galliani a denunciare bonariamente gli odiosi conflitti di interessi di un amico (tranquilli, solo quelli dell’ex Milan, Albertini) e infine con Fede a dire qualcosa di non molto chiaro sui Cugini di Campagna e sulla musica italiana vintage in generale. Argomento che alla fine ha preso il sopravvento, quando Galliani – che da Giannino è di casa – ha fatto mettere a tutto volume “Se mi lasci non vale”.
Sulle note del divo Julio sono stati serviti gli ultimi due piatti della serata, una fonduta al tartufo e un gelato di zabaglione sempre, ovviamente, con tartufo. Anche se, qui, ahimé, molte delle donne presenti hanno passato la mano. Troppo forte il contrasto (invero eccezionale), troppo inusuale. Tra queste anche Elisabetta alla quale, però, qualunque essere umano sarebbe disposto a perdonare ben altro.
E noi di Puntarella certo non difettiamo in umanità.


Elisabetta Gregoraci, a sinistra, osserva perplessa la scena

sabato 4 dicembre 2010

PIATTI AL VINILE / PUNTARELLA SU ALIAS / MANIFESTO
Io e te, che mangi le mie acciughe


Su Alias, 4 dicembre 2010
Seconda puntata di "Piatti al Vinile", rubrica quindicinale di Puntarella Rossa sul supplemento settimanale del manifesto Alias, nella sezione Ultrasuoni. Due ristoranti romani e uno milanese: Jannacci, Working Week e Ivan Graziani.





ROMA

Osteria dell’Arco
Via Pagliari 11, Roma. www.osteriadellarco.com. Tel 06-8548438. Chiuso domenica
In principio, nei ‘70 e ’80, erano i profiteroles. Praticamente i Beatles. Poi ecco tartufi bianchi e neri e il tiramisù: Duran Duran e Spandau. A metà degli ’80 arriva il cool jazz della torta pere e cioccolato, più duratura dei Working Week. Ora impazza il tortino con il cuore caldo al cioccolato, più morbido di Tiziano Ferro. Non c’è bettola o ristorante che non te lo propini. Sempre uguale, con quel gusto un po’ industriale. Arrivi all’Osteria dell’Arco ed eccolo lì. Poi lo mangi e capisci: questo è un moelleux, cioccolato 85%, marmellata di arance amare all’anice stellato e scaglie di sale. Preceduto da un’ottima ricottina di pecora sabina con scapece di zucchine, da perciatelli con guanciale di Cori e pecorino stagionato, e da una guancia di manzo al Cesanese.
Bonus i prezzi moderati. Lo staff al femminile: la chef è Cristina Iemmi, la sommelier Nicoletta Baiani.
Malus il tortino di cioccolato: buonissimo, ma non se ne può più

I voti
Cucina: 7,5
Servizio: 7,5
Ambiente: 6,5


MILANO
Ratanà

Via de Castillia 28, Milano. www.ratana.it. Tel. 02-87128855
Quando la sera milanese diventa una bruma impastata di smog e i grattacieli rischiano di indurirti il cuore, pensi che hai voglia di commuoverti. E allora ascolti una vecchia canzone dell’Enzino Jannacci, chiedendoti perché non sia ancora considerato da tutti quel genio che è: “Io/io e te/ che guardi le mie rughe/ io/io e te/ che mangi le mie acciughe”. E poi entri in questo villino dell'Isola, ti siedi di fronte al gigante gentile Danilo e osservi in silenzio l'antica bellezza di un risotto alla milanese. Lo chef, Cesare Battisti, lo prepara con riso Carnaroli Superfino Riserva San Massimo, pistilli di zafferano spagnolo, pezzi di midollo e niente vino. La mantecatura è con burro e Tipico lodigiano 24 mesi. Poi, visto che tu ci sguazzi nella commozione, passi alla costoletta alla milanese, all’ossobuco, alla tartare di fassona adorata da Carlìn Petrini. E ti sciogli definitivamente.

Bonus la carne, ottima, arriva dal macellaio Sergio Motta, di Inzago
Malus La costoletta alla milanese, ottima, costa 30 euro.

I voti 
Cucina: 8
Servizio: 6,5
Ambiente: 7,5

ROMA ALL’APERTO
Laboratorio 3
Via di Pietralata 180, Roma. tel. 06-4501288

Se una fredda sera di dicembre la vostra autoradio canticchiando “le osterie fuori porta” di Guccini vi strappasse il volante dalle mani e prendesse il controllo dell’automobile, beh, allora non avreste scampo e finireste pericolosamente parcheggiati in curva, su via di Pietralata, davanti al Laboratorio 3, la pizzeria più pasoliniana di Roma. Gli habitué - e cioè i militari della caserma di fronte - la chiamano “ar mille lire”. Ma il piatto forte della casa non è il prezzo, bensì la cucina: la pizza romana bassa bassa (ottima quella con la nduja), la bruschetta dietetica “salsiccia e mascarpone”, e soprattutto gli arrosticini. Straordinari. Perfetti. Più abruzzesi di Ivan Graziani.

Bonus Il giardino romantico con annesso pergolato. Gli arrosticini, che producono dipendenza: c’è chi ha superato quota 60.
Malus Il vino rosso della casa. Talmente freddo e cattivo da risultare imbevibile: l’ideale per affrontare etilometri ed ematologi.

I voti
Cucina 7
Servizio 6
Ambiente 7