venerdì 23 luglio 2010

STRONCATURE PUNTARELLICHE / LE GRANDI TRAPPOLE DELLA ROMANITA'
Maccheroni
"La corpa nun è mica loro, la corpa è tua che ce vai»"

















Maccheroni, piazza delle Coppelle 44, tel 06-68307895

Possiamo chiamarle, se volete, forme residuali di epica metropolitana: andare, una sera afosa di luglio, a mangiare insieme ad amici esigenti ma, purtroppo, forestieri e quindi affascinati dalle Gtr (grandi trappole della romanità) in un ristorante risaputamente turistico. Affrontare il caldo, la folla, il sudore, la camicia che si appiccica all’addome, ma soprattutto affrontare l’ironia del tuo amico del cuore, esperto di cucina e di ristoranti, che quando glielo dici, «Stasera vado a mangiare da Maccheroni alle Coppelle», anche se glielo dici sottovoce e con tutto il necessario pudore del caso, ti ride inesorabilmente in faccia e ti tratta come un qualunque turista milanese che abbia letto per caso quel famoso trafiletto sul Messaggero, «Lady Obama impazzita per Maccheroni».
- «Lo so che è turistico, ma io mi ricordo di una volta tanti anni fa che in effetti i primi si potevano mangiare»
- «Ecco, hai detto bene, tanti anni fa».
- «Vabbè ma viene a Roma quel mio amico che ci teneva».
- «Vedi tu, magari è decente, io non ci andrei mai».
E invece ci vado. Maccheroni, dunque, «caratteristico Ristorante ubicato in Piazza delle Coppelle» (se solo avessi letto il sito prima... se avessi saputo che era ubicato mai ci sarei andato...).
L’ingresso in sala ricorda quello del commissario Logatto in Fracchia la belva umana, vi ricordate «non sono ricchione non sono fri frì»?


Ecco, così. Un po’ di casino con la prenotazione poi, siccome i tavolini di fuori e pure quelli di dentro sono onusti d’anglosassoni alticci per colpa del rosso canaglia della casa, io e i miei amici esigenti veniamo scaraventati nella “cripta”, una specie di catacomba inagibile apparecchiata a mo’ cantina.
I camerieri, va detto, sono simpatici, e questo alla fine della serata rimarrà l’unico punto a favore di uno dei posti peggiori (tra quelli più reclamizzati) della capitale. Mi metto a sedere e mi viene portato un bel canestrello di prodotti da forno, la tipica pizza romana, però nella sua versione peggiore: vecchia di quattro giorni e talmente umida da sembrare a tratti lingua bollita, e poi la solita dose di pane raffermo. (Sul pane raffermo dei ristoranti sarà il caso, un giorno, di scrivere un saggio).
Do un morso, rimango composto, poso la fetta, mastico, deglutisco, distolgo l’attenzione e avvio la conversazione. Poi avvicino il cameriere e gli chiedo la lista dei vini. Lui mi scruta un pochino poi con aria complice mi sorprende: «Permette un suggerimento?».
«Prego».
«Un prodotto laziale tipico»
«Oibò»
«Uno Shiraz, Casale del Giglio».
Hai capito che trovata! Un vino originale, un prodotto laziale tipico. Però capisco l’antifona e cedo subito: «Ottimo». E in effetti la scelta si rivelerà vincente: l’unico prodotto di qualità media di una serata dominata dal peggio.
Arriva il momento dell’ordinazione. Guardo il menù e penso: vabbè butto giù due appunti che faccio una recensione per Puntarellarossa (sono pur sempre puntarella secondaria, io). Il menu è di una tristezza antica. Una manciata di piatti romani buttati lì alla rinfusa come mutande sporche nel cesto della lavatrice, senza un briciolo di cura o di amore. Quindi, senza un briciolo di cura e di amore, ordiniamo anche noi: «cacio e pepe», dicono immancabilmente i miei ospiti, «trippa», dico io.
Ecco, la trippa. È sempre un buon test, la trippa. Perché è difficile da cucinare e difficilissima da presentare. Da come ti portano la trippa si capisce tutto. Ci sono quelli che fanno le acrobazie con la mentuccia, quelli che inventano canestri di pecorino, quelli che puntano sul rustico. E quelli che te la buttano a casaccio sul tavolo. Dietro ogni trippa, una storia, una passione, una versione del nulla. Passa una buona mezz’ora, forse anche quaranticinque minuti, un tempo infinito nel quale la mia fantasia vaga per esecuzioni bovine e macelli spietati. Mi immagino i camerieri simpatici che ammazzano ed eviscerano povere bestie indifese, mattatoi insaguinati, dolori e muggiti d’ogni tipo, vitelli orfani.
E quando il piatto arriva, buttato ovviamente a casaccio sul tavolo, capisco le reali proporzioni della mia ingenuità. Avrei fatto meglio a immaginare fabbriche tedesche e laboratori e forni a microonde. Più che una cena è un’autopsia. La bestia sarà stata ammazzata qualche lustro prima del servizio e cucinata subito dopo. Il retrogusto di chellophane e la temperatura delle listarelle, una ventina di gradi, tradiscono un certo effetto “quattro salti in padella”. Ma la cosa peggiore, più offensiva, è la ricetta. Parmigiano invece del pecorino, manco l’ombra di una fogliolina di menta e un sugo di pomodoro che ammazzerebbe ogni altro sapore.
Mentre mi interrogo su quanto potrà mai costare al Mercato Trionfale una piantina di menta, decido di provare il cacio e pepe dei miei ospiti le cui facce non proprio entusiaste mi erano sin lì sfuggite. Avete presente il pongo? Certamente sì, aggiungeteci un po’ di brodo di cottura e di pepe e avrete una riproduzione fedele del piatto.
Proprio mentre cerco di giustificarmi con i miei ospiti (ma la colpa in realtà è proprio loro che hanno letto quel maledetto trafiletto sulla povera lady Obama che chissà cosa penserà di noi romani e della nostra cucina a questo punto), arriva il cameriere che mi chiede come procede la serata. Gli faccio presente che la forchetta si regge in piedi nel piatto della cacio e pepe, lui si scusa un po’ imbarazzato e allora io per pietà concedo, mentendo: “Però la trippa era eccezionale”.
Mi alzo, pago il conto, 82 onesti euro, e insieme ai due ospiti esigenti sparisco nella rovente notte romana, pensando a quando la mattina dopo il mio amico commenterà caustico: «La corpa nun è mica loro, la corpa è tua che ce vai».

sabato 17 luglio 2010

RISTORANTI FUORI PORTA / SPERLONGA
Da Fausto















Primo Viale Romita 19, Sperlonga. Tel. 0771-548576. Sito: www.dafausto.it. D'estate sempre aperto, d'inverno chiuso il mercoledì

Va bene, costa un po’ più della media puntarellica, ma se andiamo fuori budget un motivo ci sarà. Anzi, ce ne sono almeno due. Il primo è che siamo a Sperlonga, splendida cittadina del litorale domizio, già dimora dell'imperatore Tiberio, che come tutte le località di villeggiatura dispone di numerose bettole che purtroppo chiamano ristoranti, uno più caro e più inutile dell’altro. Secondo, perché una serata Da Fausto in una vacanza ci sta tutta, sennò che vacanza è? Una volta smaltito il senso di colpa per questi 66 euro (neanche troppi, poi) che versiamo alla causa, eccoci a raccontare di questo ristorante piuttosto elegante, a 100 metri dal lungomare. Lo ha aperto nel gennaio del 2009 Fausto in persona, che per anni ha illuminato il ristorante di Tramonto, non molto distante da qui. Sala ampia, bel pavimento di cotto antico, musica mediamente disdicevole (romanticume anni ’60), atmosfera rilassata. Fausto Ferrante ha le basette, una cinquantina d’anni o forse meno e una stazza appena accennata da chef. Profondo conoscitore delle logiche di senso che dominano il suo universo, ti racconta il menu con un sorriso rassicurante, che ha la solidità di una lunga esperienza e degli ortaggi che arrivano dall’azienda agricola del padre.

LA CUCINA Quando si allontana compaiono subito grissini artigianali, un cestino con pani di tre tipi, uno più buono dell’altro e, offerto dalla casa, un ottimo pancotto con colatura d’alici, specialità di Cetara. Fausto (insieme agli chef Antonio, Anna, Angela e Andrea) offre una cucina a base di pesce, anche povero, molti crudi e primi piatti rivisitati. Optiamo per un piatto di crudi ed ecco arrivare una conturbante cevice di ricciola, un’ostrica Saint Claire e dei gamberi bianchi. Esageriamo ed raddoppiamo l'antipasto con una caprese di tonno, che poi sarebbe una rivisitazione della classica caprese, fatta con carpaccio di tonno marinato al sale e al timo e con una notevole mozzarella di bufala. Poi ecco lo straordinario primo: sono i superspaghettoni (sic) Verrigni alla carbonara di ricciola: la ricciola sfilettata e tagliata a cubetti, cotta in un fumetto di pesce e con passata di pomodori gialli, viene infine mantecata con pecorino e olio al crudo. Niente uovo, ovviamente. Una meraviglia. Tra i dolci, segnaliamo la crema fredda al miele, fatta con composta di fichi e servita con salsa di cioccolato bianco.

NEL MENU
Mozzarella di bufala 9 caprese di tonno 20, cevice di ricciola e frutta fresca 18, tartara di tonno e fichi 16, tre ostriche saint claire, gamberi bianchi e limone 20, polpo e insalata 15, cous cous 15, filetto d’acciuga del mar cantabrico, aragosta 11 etto, calamarata 16, riso venere ferron con calamari e polpettine di palamita 18, tortelli al gran cacio con colatura d’alice e perle di salmone balik 18, superspaghettoni verrigni 18, spaghetti di kamut con gamberi rossi e tartufo nero 25, astice fresco 24, pesce del giorno 7 all’etto, ricciola al forno 18, scrigno di mare 20, dentice 18, tonno e fichi in pasta filla 22, fritto di calamari e gamberi bianchi 20, scampi 11 all’etto, filetto 20. Plateau di formaggi di capra (pico chevre, caprino di picinisco, robiola di roccaverana), di pecora (pecorino di picinisco, pecora brigasca, pecorino di fossa dell’abbondanza, pecorino sannita pacitti), di vacca (gran cacio di morolo, ciambella di morolo, bastardo del grappa, conciato di san vittore, mimolette, tête de moine), erborinati.  Un plateau di tre formaggi costa 8, di cinque 12, di dieci 22, frutta di stagione 7. caffè 2

IL CONTO Considerando un antipasto (caprese di tonno) (20), un primo (18), una mezza Falanghina (8), acqua (3) e un caffè (2), spendiamo 51 euro

BONUS
Esiste anche un menu degustazione, con sette portate a 45 euro (ma solo per l'intero tavolo). Straordinario il carrello dei formaggi. Oltre ai vini (una splendida carta con 400 etichette), c'è una buona selezione di birre artigianali

MALUS Prezzi adeguati all'ottima qualità

I VOTI
Cucina: 8
Ambiente: 6,5
Servizio: 7
Prezzi: 6,5

RSVP
Arcangelo, Acquolina

lunedì 12 luglio 2010

RISTORANTI ROMANI / ZONA PINCIANO

L'Anatra Grassa

La cucina veneta di via Savoia finisce dritta nel top Puntarella
















Via Savoia 68. Tel. 06-8557736 . Chiusura: domenica

Il petto d’anatra con mele caramellate al Porto è stato una folgorazione. Poi abbiamo avuto l’ottima idea di provare anche il foie gras scaloppato e i bigoli agli asparagi. E di innaffiare il tutto con una straordinaria bottiglia di Gravello, blasonato ma anche un po’ misconosciuto rosso calabro di Librandi a base di uve Gaglioppo. Si chiama Anatra Grassa il nostro ristorante preferito del mese, nuovissima creatura di Micaela Zanda, Floriana Gini e dalla figlia Martina, che hanno affidato la conduzione della cucina allo chef e socio Giovanni Scomazzon. Origine veneta, che nei piatti si vede tutta e va a colmare una lacuna della ristorazione romana. L'Anatra Grassa in realtà esisteva già, ma si trovava a Capena. Poi la decisione meritoria di sbarcare in città.

AMBIENTE Una manciata di tavolini sul largo marciapiedi della tranquilla e blasonata via Savoia e una sala interna elegante ma non formale. L'Anatra Grassa non ha nulla della trattoria, ma riesce a mantenersi in quella fascia di ristoranti che per rapporto qualità-prezzo piacciono molto a noi puntarellici.

CUCINA Le ascendenze venete dello chef Scomazzon non sono evidenti solo nel cognome ma per fortuna anche nella cucina. Ed ecco spuntare come una benedizione i bigoli in salsa verde e il baccalà alla vicentina. Ma il nostro chef non deve avere simpatie padane, visto che la carta è un equilibrato melting pot di ricette provenienti da varie parti d’Italia: ci sono gli stringozzi umbri, la fregola sarda e la pugliesissima pepata di cozze. Per dolce, da provare un ottimo tiramisù soffiato.

DAL MENU' Carpaccio di spigola tiepido 14 euro, Graved lachs (ovvero salmone marinato) di limone 10, pepata di cozze 10, affumicato di pesce spada e tonno 14, panzanella di mare 14, panzanella di bufala 12, fichi e melone 10, carpaccio di manzo fagiolini croccante e parmigiano 14, fiori di zucca farciti con ricotta e pomodori secchi 12, gazpacho 12. Primi: risotto ai funghi porcini 14, maltagliati all’astice e asparagi 18, spaghetti alle vongole 14, fregola sarda ai frutti di mari 15, bigoli in salsa di sarde scalogno e basilico 13, stringozzi al pomodoro fresco ricotta e basilico 12. Secondi: entrecote di manzo alla piastra 17, filetto al pepe verde 18, petto d’anatra moulard con mele caramellate 16, giambonette di coniglio farcito alla cicoria16, ossobuco di vitella con mirepoix du verdure 15, baccalà alla vicentina 17, camalari fritti 17, tempura di mazzancolla 18, tiramisu fragole con gelato 7, mango frutta della passione e albicocca 8

BONUS Considerando l’ambiente, la cucina e i prezzi alti ma non altissimi, l’Anatra Grassa finisce dritta nella top 20 di Puntarella. Da notare anche il prezzo light del pranzo

MALUS Per ora è un po' vuoto e questo non è proprio il massimo per un ristorante, ma son tempi cupi per la ristorazione cittadina e confidiamo in un buon avvio

I VOTI
Cucina: 7,5
Ambiente: 7
Servizio: 6,5
Prezzi: 6,5

RSVP
Settembrini, Trattoria Monti