venerdì 11 dicembre 2009

RISTORANTI ROMANI / PONTE MILVIO
Quinto Quarto


via della Farnesina, 13 (Ponte Milvio). Tel. 06.3338768. Chiuso: domenica. www.ilquintoquarto.it
La mappa

All’amica che mi accompagna, dico che andiamo in Ponte Milvio ed è subito tutto uno storcere di naso. Che il terzo polo della movida romana, dopo San Lorenzo e Trastevere, tra lucchetti e ragazzini danarosi, è zona a rischio per chi non ha più sedici anni. E invece basta superare la piazza, fare qualche metro ed eccoci, un po’ defilati, da Quinto Quarto, trattoria raffinata che dal 2007 ha una nuova gestione, giovane e dinamica (dinamica? ma cosa scrivo?).
Quinto Quarto si presenta con un piccolo spazio interno e una lunga veranda esterna, magari non troppo elegante ma funzionale contro i freddi invernali. Sfortunatamente, la nostra ultima visita ha coinciso con l’approssimarsi del (troppo) santo Natale e l’ambiente era funestato da una cascatella di tremule lucine natalizie. Ma son dettagli. Perché da Quinto Quarto si mangia e bene. Senza troppo fronzoli e senza nessuna approssimazione. Nessuno che ti insulta, nessuno che canta stornelli romani, niente avanspettacolo da quattro soldi per turisti allocchi. Zero folclore e molta sostanza.

INTERIORITA’ E APPARENZA Quel che conta è questo straordinario piatto di strozzapreti alla carbonara che ci viene servito adagiato su uno (scomodo) vassoio di rattan. Un piatto sontuoso, cremoso al punto giusto, con un guanciale croccante da star male. Voi direte, ma che c’entra quindi il quinto quarto? Cioè, lo direste se sapeste che cos’è e siccome l’ignoranza regna sovrana (vabbè si scherza, su), son costretto a spiegarvelo: trattasi della quinta parte di un animale, paradosso per indicare le interiora dello stesso, le frattaglie povere, contraltare dei quattro quarti di nobiltà. Piatti tipici della romanità insomma, piuttosto grevi e poco allettanti, almeno per le eteree ninfette d’oggidì e per le eredi delle bianciardiane segretariette secche secche (ma quelle stanno a Milano): la trippa (la parte più pregiata è l'omaso, a Roma detta anche cuffia), i rognoni (i reni), la coda alla vaccinara, la coratella, la pajata, le animelle fritte e via dicendo. La gestione precedente aveva voluto chiamarlo così in omaggio alla tradizione e i nuovi arrivati (Filippo Santarelli in cucina e Federico Iannacci, in sala, sommelier) non hanno cambiato il nome, mantenendo nel menù le interiora, alleggerite però da una cucina sapiente, miracolosamente in equilibrio tra la tradizione romana e una leggera creatività moderna.

SUL TERRITORIO Ingredienti e vini arrivano spesso da fornitori locali, perché il ristorante abbraccia quella filosofia ormai di gran moda che corrisponde al “chilometro zero” (oddio l’ho scritto, finirò all’inferno). Termine e moda a parte, si tratta di un'ottima filosofia, che consente di cucinare piatti con ingredienti freschi, e non trattati, a prezzi inferiori, grazie al taglio dei costi per gli intermediari e per il trasporto. Per dirne qualcuno: la carne di bufala della valle dell’Amaseno, la lenticchia di Ventotene, la patata dell’Alto Viterbese, il carciofo romanesco, la marzolina della provincia diFrosinone, il pane di Genzano e Lariano, le olive di Gaeta, l’olio della Sabina, la nocciola dei monti Cimini.

IL MENU Tra i piatti in menù abbiamo trovato caponata di melanzane con tuorlo fritto, mozzarella di bufala in carrozza, paccheri alla gricia con pere, polpette alla romana con uvette e pinoli, pollo alla romana, coniglio viterbese, petto di vitella, saltimbocca, stinco cotto nella birra. C’è sempre una zuppa, con lenticchie di Ventotene o di Onano o fagioli di Gradoli. Per chiudere il consueto tortino di cioccolato caldo (un must dell’ultimo decennio, ultimo arrivato tra le mode dopo tiramisù e torta cioccolato e pere, che hanno impazzato negli ’80 e nei ’90), millefoglie con crema allo zabaione, crostata di ricotta di pecora e visciole. C’è anche una selezione di pasticceria laziale dell'antico forno di Angelo Colapicchioni. Ottima i sei cioccolati della Fabbrica del Cioccolato Said (San Lorenzo), con percentuali di cacao da 50 a 100, serviti insieme a rum e due sherry, dal secco all’extra dolce da uve Pedro Ximenez. A seconda dei giorni e delle disponibilità si possono trovare anche i calzonicchi, tortelli fatti in casa con ripieno di cervello.

I VINI Menzione speciale per la carta dei vini, che predilige i laziali, dando giusto spazio ai produttori emergenti e a vini di qualità a prezzi popolari. Troverete il Capolemole di Carpineti ma anche il Ferro e Seta e il Vigna Adriana, il Cabernet di Atina e il Cesanese del Piglio. Ottime le birre artigianali del Borgo, ovvero di Borgorose, provincia di Rieti.

A PRANZO A pranzo, da quest’anno, Quinto Quarto si trasforma in Cirioleria, dal nome della ciriola, panino romano servito con farciture di pregio: dalla trippa alla bufala, dallo strolghino al prosciutto di Guarcino. Ma ci sono anche ciriole vegetariane.

I PREZZI Tra gli antipasti la caponatina costa 9, i carciofi alla romana 7, la mozzarella di bufala in carrozza 7. Tra i primi, i favolosi strozzapreti alla carbonara vengono 9, la gricia con pere 12. Tra i secondi, il pollo d’erbe alla roma con pomodorini olive di gaeta e capperi fanno 12, così come le polpette alla romana, mentre il filetto di maiale con tagliata di mele viene 15. I dolci stanno tra 8 e 10 euro. Caffè a 2 euro. Acqua minerale Filette 3 euro. Per una bottiglia di Ferro e Seta abbiamo speso 25 euro.
Considerando un primo, un secondo e un dolce si spendono dunque tra i 30 e i 35 euro, vino escluso.

BONUS: la carta dei vini, tutta laziale, è ottima e a buon mercato. E per chi ha a casa un Amarone o un Brunello e vuole assaggiarlo con piatti di livello, può tranquillamente portarlo e degustarlo al ristorante. In sala il servizio gentile e preciso di Amaranta Taddia e Federico Iannacci

MALUS
: Può non piacere l'ambiente, la verandona bislunga. E i primi son talmente buoni che qualche volta fanno passare sotto silenzio i secondi. Per il resto c'è poco da trovare malus.
I VOTI
Cucina: 7,5
Servizio: 7
Ambiente: 6,5
Prezzi: 7
Altri link: Senza Panna

4 commenti:

  1. Mi dispiace ma devo aggiungere un commento un pò negativo. Ieri sera (inizio agosto 2010) siamo stati a cena in questo ristorante e abbiamo ordinato tra le altre cose il vino: una bottiglia di Piluc di Poggio alla Meta. Niente di speciale, ma un vino onesto ed interessante che in enoteca si trova tra i 5 e 10 euro che sulla lista di Quinto Quarto era a 20€: un giusto ricarico. Ma il problema è sorto al momento dell'apertura della bottiglia. Era chiaramente imbevibile perchè -cose che capitano- sapeva chiaramente di tappo. Lo abbiamo assaggiato tutti a tavola (tre di noi hanno fatto i corsi dell'AIS all'Hilton) e tutti e sei erano unanimi nel riconoscere il classico gusto ed odore di tappo. Abbiamo chiesto al cameriere di riportarci il tappo della bottiglia ma non l'ha fatto. Abbiamo chiesto allora di Federico Iannacci (che nel blog di Puntarella è indicato come il sommelier) per avere un suo parere. Ma la signora in sala ci ha detto che era occupato in cucina e che non poteva venire. Allora l'abbiamo pregata di portare la bottiglia in cucina e di fargli assaggiare il vino per avere un suo parere. La signora ha preso la bottiglia e dopo un pò è tornata dicendo che il sommelier ha trovato il vino "perfetto", ma che non c'era problema a cambiarcelo.
    A questo punto delle due l'una. Anzi delle tre, luna.
    1) Tutti e sei commensali eravamo brilli prima ancora di bere il vino e totalmente incapaci di riconoscere un vino che sa di tappo.
    2) Il sommelier del ristorante è un incapace.
    3) Il sommelier del ristorante ha mentito.
    La teoria che la maggioranza di noi ha sposato è che anche un sommelier incapace avrebbe riconosciuto il tappo a distanza in quella bottiglia, ma che hanno pensato di fare i "generosi" dicendo che, nonostante noi "erratamente" pensassimo che la bottiglia non era buona, il ristorante era lieto di "venirci incontro".
    Di sicuro noi non andremo più incontro al ristorante.

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  2. Gentile Sig. Artanda, lieto di sapere che non ci onorerà più della sua presenza, le bottiglie mandate indietro dai tavoli vengono regolarmente restituite ai produttori che regolarmente le sostituiscono. Cambiare il vino quindi non è assolutament eun costo per il ristoratore ed è ovvio che venga SEMPRE e comunque cambiato. Detto ciò il vino in oggetto restituito al produttore è stato reputato perfetto.
    Come lei saprà, oppure era assente a qualche lezione, esiste anche un falso sentore di tappo determinato da una muffa e non dall'Armillaria mellea, parassita della quercia da sughero. Tale muffa può svilupparsi nello stoccaggio in verticale troppo prolungato, ed a differenza del sentore di tappo dopo poco tempo dall'apertura quest'ultimo svanisce, mentre l'altro persiste anche dopo giorno e giorni, tant'è che i bravi ristoratori nemmeno lo usano per cucinare perchè verrebbe trasmesso al piatto!
    Rassicurato dalla certezza di non averla più tra i nostri numerosi clienti, le cliedo come ultima indicazione dove trovare il vino in oggetto a 5 € visto che noi lo paghiamo 8,3 + IVA!
    Cordiali saluti
    Federico Iannacci

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  3. Ero curioso di andare in questo ristorante con la mia ragazza per festeggiare il nostro anniversario, ma devo dire che il commento del sommelier alla critica del cliente Artanda mi ha un lasciato molto perplesso. Sono una persona che crede che il cliente non ha sempre ragione, ma c'e' comunque modo e modo per segnalare un'opinione diversa. Nel mestiere del ristoratore e' importante saper cucinare ed abbinare i miglior vini , ma anche la soddisfazione TOTALE del cliente va' rispettata. Le parole : "lieto di sapere che non ci onorerà più della sua presenza" , mi lascia pensare che in questo ristorante o si e' soddisfatti o si e' soddisfatti. Mi dispiace ma ho paura di non venirvi a trovare

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